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06/04/2012
Intervista con Ferdinando di Iorio, Rettore dell'Università dell'Aquila
Ripartire dall'Università e dagli studenti

Magnifico Rettore, nella sua intervista dell’anno passato ci aveva illustrato i dati positivi dell’ateneo aquilano a 13 mesi dal terremoto che ha sconvolto la città. Oggi vorremmo chiederLe, quali sono stati gli elementi e le forze messe in gioco per raggiungere quei risultati positivi (20.000 iscritti,, 5000 immatricolati)? L’Ateneo dell’Aquila può rappresentare una best practices in questo particolare periodo storico di crisi e incertezza?

Sicuramente tutto l’Ateneo nel suo complesso e in tutte le sue componenti ha reagito all’emergenza con efficacia. Con le nostre sole forze non saremmo però riusciti a tornare rapidamente alla normalità.

L’accordo di programma firmato con il Governo nei giorni immediatamente successivi al sisma è stato determinante, perché aveva a fondamento l’intuizione di porre al centro delle strategie di intervento la parte più importante del sistema universitario: gli studenti.

L’esonero delle tasse da me proposto ed accettato ha rappresentato sicuramente una delle chiavi fondamentali per la nostra rinascita, che oggi ci consente di salutare con grande soddisfazione il raggiungimento del traguardo – allora insperato – dei 25.000 studenti iscritti.

Forse questo nostro risultato dovrebbe essere maggiormente considerato, quando ci si lamenta del fatto che i livelli di accesso agli studi universitari nel nostro Paese sono più bassi della media OCSE e anche del G20.

Infatti, sono proprio i paesi dove sono più diffusi i sistemi finanziari di sostegno allo studio a presentare i valori di accesso all’università più alti.

In Italia ormai la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli e statistiche preoccupanti. Il mercato del lavoro sembra oggi ignorare i giovani laureati. Quali responsabilità si sente di attribuire al sistema universitario?

A questo riguardo, farei due ordini di considerazioni, che sono a mio avviso strettamente legate.

Da una parte, l’Italia è l’unico tra i principali paesi europei ad essere sensibilmente distante dal target di Lisbona, ribaditi da Europa 2020: nel 2010 solo il 19,8% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio terziario, ben 20 punti percentuali sotto il target e a quasi 14 punti dalla media dell’Unione Europea (33,6%).

E se il Centro-Nord è al 22,4%, il Mezzogiorno è addirittura fermo al 15,6% (Rapporto SVIMEZ 2011). Se si estende lo sguardo al sistema formativo nel suo complesso, i dati sono ancora più sconfortanti: la quota di early leavers from education and training (giovani di 18-24 anni che hanno abbandonato gli studi senza aver conseguito un titolo di scuola secondaria di primo grado), è pari nel 2010 al 18,8%, oltre quattro punti percentuali in più della media UE e nove punti al di sopra del valore fissato dalla strategia di Lisbona.


Dall’altra parte, l’ultimo rapporto Almalaurea, ci dice che sono aumentati i disoccupati anche tra i laureati. Un laureato su 5 non trova lavoro. E la crisi occupazionale non risparmia neanche medici, ingegneri, architetti, ecc.

Questi due fenomeni, la crisi occupazionale anche tra i laureati e i bassi livelli di accesso agli studi universitari, rappresentano due facce della stessa medaglia. Perché, infatti, un giovane dovrebbe iscriversi all’Università, affrontando sacrifici economici importanti, sapendo che da questa scelta non trarrà alcun vantaggio dal punto di vista lavorativo?

Sicuramente il sistema universitario ha delle responsabilità. Ma a mio avviso il problema è piuttosto legato agli scarsi investimenti fatti nel nostro Paese nei settori delle professioni qualificate, dell’innovazione e della ricerca. L’Italia è l’unico paese in controtendenza, rispetto ad altri paesi europei, come la Francia e la Germania, che investono maggiormente in questi settori.

In questo contesto, il valore legale del titolo è un falso problema e la sua abolizione rappresenta una scorciatoia pericolosa che rischia di comportare più danni che non soluzioni ai problemi che riguardano sia il mondo del lavoro sia il sistema formativo.
 
L’abolizione di una garanzia “in uscita” dall’Università verso il mondo del lavoro, si tradurrebbe solo in una penalizzazione “in ingresso” nel mondo dell’Università, con un corto-circuito logico che, classificando gli Atenei in diverse categorie di eccellenza, finirebbe per discriminare gli studenti fin dall’accesso nelle Università, con una chiara violazione del dettato costituzionale. La vera soluzione è aumentare le opportunità per le giovani generazioni, non ledere i pochi baluardi rimasti a garantire loro la possibilità di un futuro migliore.

Le università italiane oggi offrono ai neo-laureati servizi di job placement e diverse iniziative per un maggiore collegamento tra mondo del lavoro e formazione universitaria. Quali sono i punti di forza di questi strumenti e quanto oggi riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati?

Ritengo utilissimi tutti gli strumenti in grado di svolgere una funzione di mediazione tra sistema formativo e mercato del lavoro. Nell’Università dell’Aquila, sono state fortemente sviluppate le iniziative dedicate all'Orientamento degli studenti e al Placement, nella consapevolezza del ruolo strategico dell’Università pubblica come agenzia di formazione per eccellenza.

L’ultimo rapporto di Almalaurea ha dato ragione ai nostri sforzi. Emerge, infatti, una situazione lavorativa dei laureati nell’Ateneo aquilano sostanzialmente più favorevole rispetto a quella nazionale.

Questi strumenti sono tanto più utili, quanto più sono rapidi ed efficienti nel mettere in comunicazione domanda e offerta. Certo si può fare di più, soprattutto nella loro divulgazione e nell’informazione all’interno dell’Università e nel mondo dell’impresa.

Tuttavia non mi illudo che questi strumenti possano da soli risolvere una crisi strutturale del mercato del lavoro, rispetto alla quale è necessario un cambio di mentalità, nella direzione che prima accennavo.

Mentre altri paesi europei che pure condividono con noi condizioni finanziarie critiche, investono in ricerca e innovazione, l’Italia continua colpevolmente ad ignorare le potenzialità del sistema della conoscenza quale moltiplicatore di sviluppo e catalizzatore di ripresa economica.

La ricerca e poli di eccellenza in Italia. Quali secondo Lei le maggiori criticità? Quali sono i fattori che  il sistema Italia dovrebbe valorizzare per poter migliorare la sua attrattività internazionale in materia?

Rispetto a questa domanda, credo che si debba fare chiarezza su un equivoco che sembra caratterizzare le strategie sinora perseguite, che intendono premiare una presunta eccellenza di pochi Atenei, magari privati o privatizzati, come se fosse possibile enuclearla, privilegiandola, rispetto ad un sistema che viene invece giudicato improduttivo ed inefficiente.

Ciò che certifica, a mio avviso, la qualità del sistema formazione/ricerca/sviluppo di un paese non è la presenza di pochi Atenei eccellenti, quanto piuttosto la sua capacità media di essere competitivo tra i paesi a sviluppo avanzato.

Se è vero che i singoli Atenei italiani non sono ai vertici delle classifiche internazionali, è anche vero che il nostro Paese ha una buona collocazione nel mondo come numero di pubblicazioni e, soprattutto, come numero di pubblicazioni per ricercatore.

L’Università italiana nel suo insieme mostra una sorprendente vitalità, in termini di produttività scientifica ed efficienza didattico-formativa, nonostante i luoghi comuni, i pregiudizi e gli stereotipi e a fronte di un basso numero di ricercatori e di scarse risorse finanziarie.

E’ illusorio pensare che, puntando solo su pochi Atenei di qualità liberi da ogni imposizione nazionale, si possa davvero superare il vero dramma del nostro paese, rappresentato dalla differenza crescente tra Nord e Sud.
 
E’ solo investendo risorse su tutto il sistema, depurandolo certo da distorsioni e inefficienze indubbiamente presenti e inserendo stringenti e trasparenti sistemi valutativi, che può davvero essere garantita l’eccellenza nella crescita generale di tutto il sistema, dal Nord al Sud del paese.

Vedi anche:  Intervista al Rettore Ferdinando di Iorio del 5/09/2011