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21/02/2012
Incontro con Giuseppe Dalla Torre, Rettore dell'Università LUMSA
Disoccupazione giovanile e difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro

1. Mondo del lavoro. In Italia ormai la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli e statistiche preoccupanti. Il mercato del lavoro sembra oggi ignorare i giovani laureati. Quali responsabilità si sente di attribuire al sistema universitario?

R:  Non c’è dubbio che le statistiche mettono in evidenza, proporzionalmente, un livello di maggior disoccupazione dei giovani laureati. Credo che le responsabilità del fatto vadano individuate soprattutto fuori del sistema universitario: nella realtà economica ed imprenditoriale del Paese, che chiede poca istruzione universitaria, ma anche nel contestuale declino – almeno per le lauree umanistiche – dell’assorbimento di personale nei contenitori classici della scuola e della pubblica amministrazione; credo pure che si sia in parte errato nelle politiche formative degli ultimi tempi, favoritive dell’istruzione universitaria a scapito di quella professionale. Per quanto riguarda le Università, queste hanno accentuato, con la moltiplicazione dei corsi, profili formativi molto settoriali e specialistici, con l’effetto di vincolare eccessivamente il rapporto domanda ed offerta di lavoro.

2.  Placement. Molte della maggiori università italiane, compresa la Lumsa, offrono ai neo-laureati servizi di job placement e diverse iniziative per un maggiore collegamento tra mondo del lavoro e formazione universitaria. Quali sono i punti di forza di questi strumenti e quanto oggi riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati?

R:  Il punto di forza di questi strumenti, in particolare gli stage e i tirocini, è quello di consentire ai neolaureati, da un lato, l’acquisizione di quelle competenze pratiche e in generale della cultura professionale che l’università non può trasmettere, dall’altro lato, consente di mettere alla prova le competenze acquisite nel corso degli studi e di verificare come i saperi teorici, al di là della loro apparente non spendibilità sul piano pratico, consentano loro di trovare soluzioni efficaci, a volte innovative, ai problemi che il lavoro propone.
I punti di debolezza consistono nel fatto che poche aziende ed enti fanno degli stage un’occasione per la ricerca e il reclutamento del loro personale. Ciò significa che lo stage svolge solo la funzione di arricchimento del curriculum vitae del neo laureato e non di ponte che immette direttamente nel mondo del lavoro.

3.  Il valore e il ruolo dello stage per l’ingresso nel mondo del lavoro
. Oggi sono in molti a ritenere che ci sia stato un abuso di questo strumento, al contrario altri lo ritengono fondamentale. Qual è il suo parere?

R:   Fermo quanto già detto, osserverei che occorre distinguere nettamente tra stages effettuati nel corso degli studi e stages esperiti dopo il conseguimento del titolo. I primi non dovrebbero avere, almeno direttamente, lo scopo di favorire l’accesso al mondo del lavoro, quanto piuttosto quello permettere allo studente di conoscere le realtà professionali per le quali si è orientato scegliendo un certo corso di studi e, allo stesso tempo, di suscitare in lui interessi ed interrogativi che possono essere di stimolo per l’approfondimento universitario di alcuni ambiti di saperi.
I secondi debbono, invece, mirare specificamente a favorire l’ingresso nel mondo del lavoro. Alla luce dell’esperienza credo che non di abuso di stage si debba parlare, quanto piuttosto di un uso poco calibrato in rapporto alle due diverse tipologie. Si è anche abusato – ma qui la responsabilità non è solo dell’Università – di stages poco o nulla qualificanti, in sé o per le reali condizioni in cui lo stagista si è trovato.

4.  La ricerca in Italia. Quali sono secondo Lei le maggiori criticità e quale la strada per uscirne? E’ solo un problema di risorse o di modello organizzativo? Vede più chance in una concentrazione delle risorse su pochi poli di eccellenza o in una maggiore diffusione sul territorio? Cosa consiglierebbe ad uno studente che vuole intraprendere la carriera del Ricercatore?

R:   In molti ambiti la ricerca universitaria in Italia è e rimane, per comune riconoscimento, vivace e di ottimo livello. E’ tuttavia un’evidenza che l’investimento italiano per la ricerca non è pari alle necessità strutturali e alle potenzialità culturali del nostro Paese. Uno dei problemi più sensibili, legati a mancanza di risorse, è la difficoltà di ringiovanire e rendere più dinamica la ricerca con l’inserimento di giovani che dopo aver conseguito il titolo di dottorato finiscono, non di rado, per spendere all’estero la formazione acquisita. Al tempo stesso, specie se si misura la ricerca italiana alla scala europea, si avverte un ritardo nei modelli organizzativi, che comporta una dispersione di risorse.
Se infatti nelle aree umanistiche la ricerca può disseminarsi e crescere attraverso partenariati liberi e duttili – in cui occorrerebbe comunque rafforzare tanto la cultura della valutazione, quanto l’apertura internazionale -la concentrazione delle risorse appare un passo obbligato per lo sviluppo di una competitiva ricerca scientifica e tecnologica.
Alla base di molte criticità vi è tuttavia quella malattia della nostra società contemporanea, particolarmente acuta oggi in Italia, che consiste in un ripiegamento della progettualità, in una mancanza d’investimento sul futuro: investire sulla ricerca è infatti il tipico caso di un investimento che porterà frutto solo nel tempo, e senza il quale, d’altra parte, le società sono destinate inesorabilmente ad invecchiare.
Un giovane che abbia la passione per la ricerca sa di intraprendere un cammino duro ed incerto. Deve poter contare – è questo un monito che il mondo universitario rivolge gravemente a se stesso – sul riconoscimento del merito. Deve però avere anche una notevole dose di iniziativa, arricchire il proprio curriculum di elementi che rappresentano un valore aggiunto (ad es. il dottorato in cotutela, il buon posizionamento dei propri titoli scientifici, ecc.), acquisire una maturità relazionale che favorisca il suo inserimento in équipes di alto profilo. Anche la sua, soprattutto la sua, è una scommessa sul futuro, che richiede, oltre a un pizzico di fortuna, oltre al valore intellettuale, una notevole maturità umana.