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3/20/2012
Incontro con Sauro Amboni, consulente industriale e project manager
L'importanza di una formazione continua e aggiornata

Parlando con dirigenti di aziende ascolto e commento di sovente, argomentazioni molto convincenti e condivise come, ad esempio, la seguente. Oggi è impossibile che un giovane, il quale entra nella produzione tecnica o nell’amministrazione di complessi industriali, sia sempre al corrente dei progressi della tecnica sia produttiva, sia amministrativa, nonché dei metodi e sistemi gestionali.

La sua competenza, anche se ottima, sarà limitata a quella o quelle tecniche che gli sono state presentate come le più moderne nei corsi universitari; ma se un’industria è veramente in pieno sviluppo, non può accontentarsi di tecniche che risalgono a venti, quindici, dieci anni fa, dovendo invece tendere ad applicare le tecniche più nuove poiché parecchie volte proprio dalla applicazione di queste ultime vengono decise le sorti dell’industria in questione.

Infatti, è noto a chi ha funzioni direttive, che i giovani neolaureati hanno appreso da docenti che raramente hanno avuto esperienze significative e dirette; molto difficilmente essi conoscono la materia di loro insegnamento in termini effettivi produttivi moderni e concreti.

Il gap dell’Università

Infatti, persistono e si fanno sempre più frequenti i giudizi negativi sulla “capacità” dell’Università a “formare” i giovani. Ciò sia a livello di formazione generale di base che di conoscenze specifiche e competenze professionali.

Confindustria, Camere di Commercio e Unione Industriali, hanno più volte espresso pareri concordi in tal senso. Non solo, leggo di sovente articoli su riviste specializzate, Atti di convegni di comunità Scientifiche, risultati di ricerche universitarie, ecc. che hanno in comune una cosa: la ricchezza di modelli astratti che nulla hanno a che vedere con la necessità di aiutare a risolvere i problemi concreti che interessano il mondo “reale” dell’industria, dei servizi e dell’economia.

Quindi, dall’esperienza fin qui raggiunta, trovo che l’Università è “arroccata” su un pianeta diverso e molto lontano dal mondo del lavoro reale e che non dà quello che ci si aspetta e cioè “formare” la base della classe dirigente dei prossimi anni.

Cosa fare

Orbene, non potendosi quindi pretendere che il giovane laureato, il quale entra nel mondo del lavoro, sia già al corrente degli ultimi ritrovati, bisognerà per lo meno esigere che egli abbia l’agilità mentale di comprendere le nuove tecniche capirne l’interesse, inserirsi in esse, impadronirsene e capire subito che cosa esse hanno di vantaggioso rispetto alle tecniche di qualche decennio prima.

Proprio per questo deve avere un’abilità mentale dinamica e abituarsi a non considerare come immodificabili le lezioni che egli ha ricevuto, non deve credere che le leggi scientifiche, che i teoremi da lui imparati siano dei dogmi: deve sapere che sono degli strumenti, il più delle volte obsoleti, ed essendo degli strumenti sono sempre perfezionabili.

Deve cioè “rimboccarsi le maniche” e lavorare nel concreto.

Bisognerà, che aggiornandosi sulla più recente bibliografia, sulle ricerche in atto nel proprio paese e all'estero, con la partecipazione ai congressi di categoria, con lunghi stage, ecc. riesca a capire e valutare esattamente anche le teorie e soprattutto i metodi diversi da quelli appresi sui banchi dell’Università.

Per questo è utile una coscienza metodologica elastica, è utile comprendere che la nostra stessa scienza, cioè la scienza del nostro decennio, non è la scienza definitiva, ma è un semplice elemento di uno sviluppo che va molto al di là di essa.

Sorriderete quando, forse, qualcuno dirà: ma i teoremi matematici hanno un valore assoluto! Si certo, un teorema matematico ha una validità indiscutibile entro una teoria; però ricordiamoci che noi possiamo, anzi dobbiamo fare nuove teorie, cioè nuovi sistemi formalizzati che daranno nuovi teoremi, e applicheranno perfino nuove regole deduttive e nuovi metodi di lavoro.

Non per questo perderemo la stima per le teorie che abbiamo studiato in passato, ma sentiremo il dovere di non limitarci ad esse. Effettivamente ogni tecnico, manager, ricercatore o scienziato serio ha sempre contribuito a sostituire vecchie teorie e a crearne di nuove; perciò, se noi ci rendiamo conto della non assolutezza delle teorie, siamo in condizioni più favorevoli per agire su di esse per renderle più perfette più efficienti, più generali.

Conclusioni

Il carattere fondamentale che deve essere compreso da chiunque voglia diventare veramente consapevole che il proprio lavoro è sempre in simbiosi col metodo scientifico è, secondo me, la creatività operativa, il dubbio nel metodo, l’inventiva, l’ingegno, la riluttanza alla staticità mentale e all’immobilismo culturale.

Deve saper trasformare, sviluppare, sostituire il “vecchio” con altri metodi che si riveleranno più efficienti di fronte ai nuovi problemi per le sfide del futuro. In sostanza bisogna, dai docenti ai discenti, essere concreti, umili e innovativi.