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3/7/2012
CENSIS MASTER INTERVISTA PIERLUIGI CELLI, DIRETTORE GENERALE LUISS
Università italiana: zero merito e assenza di pragmatismo

1. Nel 2009 Lei ha inviato una lettera al quotidiano La Repubblica, in cui suggeriva a suo figlio a lasciare l’Italia, affermando che il bel Paese “non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”. Ad oggi la sua opinione in merito è cambiata? Ritiene ancora che l’unica opportunità per i giovani sia quella di abbandonare il Paese e cercare una realizzazione professionale all’estero?


R: La lettera nasceva come provocazione sulla base dell’esperienza che stavo facendo in università nell’accompagnare al lavoro i ragazzi che si laureavano. Un impegno che assorbe gran parte della mia giornata lavorativa insieme al tempo dedicato ad ascoltare gli studenti nei loro problemi quotidiani. Le difficoltà crescenti di trovare occupazione e di incontrare prospettive soddisfacenti, mostravano con chiarezza l’accentuarsi della crisi che allora non sembrava sollecitare riflessioni né interventi.

Il contesto generale, poi, segnalava un paese in degrado progressivo e quasi inarrestabile, con sbandamenti preoccupanti sia a livello politico-istituzionale che civile. Da allora, l’argomento della disoccupazione giovanile e della contrazione delle opportunità lavorative è diventato quasi di moda sulla stampa, nei convegni e nelle prese di posizione pubbliche. Le soluzioni non sono ancora arrivate, ma almeno il contesto sociale e politico è cambiato, sembra esserci una diversa sensibilità alla questione morale, e la speranza che si ponga mano in qualche modo al problema si sta facendo più concreta.

Io credo, per quello che mi è dato di vedere, che i giovani possano trovare nell’esperienza all’estero confronti e arricchimenti personali e professionali utilizzabili positivamente. Del resto i circuiti internazionali, per gli studenti, si stanno moltiplicando, e questo è un bene. Se poi tutto questo sarà possibile utilizzarlo in patria è un desiderio che sta a cuore a tutti noi.

Per chi abbia interesse genuino per le sorti del nostro paese, poter contare su di una generazione più ricca di saperi, più aperta, e meno condizionata da logiche di appartenenza o da devozioni improprie, non può essere che un vantaggio.

2.  Partendo dal discorso inverso, noi in questi anni, abbiamo “esportato” tanti talenti, ma quanti ne abbiamo attirati sul nostro territorio? L’Italia non  dovrebbe preoccuparsi maggiormente di attirare "nuove menti" per migliorare il confronto internazionale? Quale dovrebbe essere in tal senso il ruolo delle Università?

R:  Per attirare risorse competenti e di pregio dall’estero bisognerebbe offrire condizioni almeno compatibili con quelle presenti oggi in altri paesi evoluti o in quelli che hanno imboccato risolutamente la via di un rapido sviluppo. Cosa che l’Italia ancora non sembra assicurare.

La logica meritocratica nella valutazione, selezione, promozione e accompagnamento nella crescita professionale dei talenti e dei volenterosi, è tutt’ora largamente casuale e limitata, quando non addirittura negletta od ostacolata.

Altrettanto si può dire dei riconoscimenti economici da agganciare ai curricoli e ai risultati. Le nostre università, poi, con lodevoli eccezioni certo, sono ancora largamente dominate da atteggiamenti difensivi di antiche corporazioni, in cui la tutela di posizioni di potere e della discrezionalità nei percorsi di carriera più o meno familistici, offre condizioni opache che scoraggiano anche quelli disposti a rischiare.

E’ chiaro che il superamento di queste forme di arroccamento autoreferenziale si presenta come una condizione minima per superare le diffidenze esterne: chi vale vuol essere sicuro di capire su che terreno e con quali regole si gioca, mentre l’impressione più accreditata è che principi e valori correnti legittimino comportamenti non comparabili con gli standard internazionali. Negli anni recenti, la perdita di reputazione del paese all’estero ha fatto il resto.

3. Lavoro, flessibilità, precariato. Le domande e gli interrogativi su questo tema sono infiniti, le risposte limitate. Università, imprese, istituzioni, è un rimbalzo di responsabilità. Ma il futuro dei giovani che oggi vivono questa situazione dove trova le risposte?

R:  L’università deve fare i conti ( e stenta a farli ) con un mercato del lavoro in cambiamento profondo, in cui le conoscenze trasmesse, ancorché pregiate, non sono più sufficienti, da sole, a intercettare i nuovi modelli occupazionali. Servono ‘teste’ allenate ad affrontare problemi che richiedono saperi multipli, compositi, più larghi delle singole specializzazioni e abili a intercettare connessioni, a discriminare, a pensare strategicamente.   

Bisogna rendersi conto che gli studenti – per arrivare a questo tipo di formazione eccedente i singoli sillabi di istruzione – devono essere messi in grado di sperimentare, almeno negli ultimi anni di studio, condizioni assimilabili a  quelle richieste dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e delle professioni; e questo perché le imprese, ormai, incalzate dal tempo che taglia piani e spazi di manovra, molto spesso non sono più in grado di garantire ai nuovi arrivati disponibilità dilatate di adattamento all’ambiente lavorativo.

Di qui l’urgenza di avere quasi dei ‘ semilavorati’, almeno per quanto riguarda l’adattabilità ai nuovi contesti e la capacità di interpretare le situazioni e l’articolazione delle variabili in campo.

Andrebbe retrocessa agli ultimi anni dell’università la possibilità di sperimentare in vitro quello che sarà l’ambiente in evoluzione che attende lo studente alla fine del suo ciclo di studi, e che richiede una flessibilità di testa che va allenata praticamente, per anticipare la maturazione professionale, la disponibilità a lavorare in gruppo come scelta consapevole, l’attitudine ad affrontare problemi meno routinari, la responsabilità nel proporre idee e soluzioni.

Serve, in definitiva, un pensiero articolato, critico e ‘largo’, che sia in grado di leggere segnali, di stabilire rapporti non del tutto evidenti, di decrittare ciò che è essenziale rispetto a quello che può essere trascurato. Tutto questo non è risolvibile nella forma canonica del corso di tradizione, nelle lezioni frontali, negli esami ridotti a escussione di testi standard.

L’accademia ha doveri nuovi: uscire dai clichè collaudati e fornire agli studenti occasioni diverse di apprendimento, più direttamente esperienziale ancorché teoricamente legittimato, con un risalto significativo per iniziative progettuali, esercitazioni su idee valorizzate sulla base della capacità degli studenti di rischiare in proprio, e così via.

4. “Luiss on the road”. Tre studenti della Luiss alla scoperta dell’Italia migliore. Quindi un’Italia migliore esiste ed è possibile? 13 le regioni da visitare, 35 le tappe in 17 giorni e oltre 6mila chilometri da percorrere in treno, in auto e in aereo. Quali i modelli positivi che crede questi ragazzi incontreranno?  

L’iniziativa, accanto ad altre come il Laboratorio di impresa, l’incubatore, Italia-camp, controesodo etc, è nata in Luiss per dare una risposta al bisogno degli studenti di trovare ragioni valide per impegnarsi responsabilmente in questo paese.

Andare a vedere di persona cosa sta crescendo di buono e di valorizzabile in giro per l’Italia, raccontarlo, con i mezzi di comunicazione più diversi e sui social network, ai compagni di università, alle famiglie, agli amici, a chi ha responsabilità politiche e civili, confrontarsi con il coraggio e la fatica di chi crede che in questo paese sia ancora possibile cambiare, è un buon test per decidere su cosa costruire nei propri anni residui in università e come prepararsi “al dopo” per non deludere e non essere delusi.

Ci sono molti modi per lavorare a una ‘testa ben fatta’; l’unico che non dà risultati apprezzabili è rintanarsi nella sacralità accademica. Se ‘l’esprit de geometrie’ garantisce forse gli strumenti e la capacità di misura, è ‘l’esprit de finesse’ che alimenta l’interpretazione, la sensibilità all’evoluzione, la passione per le scelte meno convenzionali.

In fondo, la voglia di non arrendersi.